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chi non piange...
"Chi non piange non puppa", antico adagio popolare che, affidandosi a una tenera e domestica immagine, nel lessico comune sta a significare la necessità di far sentire la propria voce se si vuole ottenere un beneficio, un giovamento o comunque un risultato, tal quale accade al lattante che piange e strepita ogni qual volta ha fame e di conseguenza viene attaccato al seno materno ove trova nutrimento.
L'eminente storico prof. Catamanzio Debolini-Caradonna di Corfù, studioso della vita e delle opere della Contessa Matilde, marchesa di Toscana, nel suo limpido e illuminante saggio Al ritorno da Canossa ero tutto pelle e ossa che ristabilisce la verità intorno al famoso atto di umiliante sòttomissione da parte dell'imperatore Enrico IV verso papa Gregorio VII (1077) asserisce che la frase in questione sia stata pronunciata dalla stessa Matilde nel corso della penosa attesa del potente monarca nell'orto sotto la neve del Castello di Canossa per ottenere il perdono del pontefice, il quale era solito trascorrere le ferie presso la nobildonna che gli cucinava le frittelle di farina dolce di cui era ghiottissimo: "...mentre l'imperatore si batteva il petto in ginocchio, il papa e Matilde lo guardavano dall'alto e gli facevano, oltre che numerose e sonore pernacchie, anche l'ingiurioso digitum; 'Ki no piange no puppat...' esclamò a un certo punto (sarà stato mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo) la Contessa, in un linguaggio già improntato al volgare, contemporaneamente affibbiando una confidenziale gomitata d'intesa al sant'uomo che si stava addormentando dalla fame; e quindi proseguì: '...parce Gregorie illo stronzulo sicut andamo manducare bachalam liburnense ke tibi paratumst...' (perdona o Gregorio quel poveretto che poscia ci rechiamo alle mense che ti ho fatto allestire - trad. Marchesi)".
In epoca attuale e in area labronica s'usa dire "chi non piange non puppa" anche a commento di fatti e accadimenti di minore importanza, quale la richiesta reiterata e l'ottenimento di favori, doni e varie gratificazioni, quando non di vere e proprie elargizioni; quale il comportamento del mi' cognato Oreste che, nonostante un chiodo permanente di un migliaio di euro presso il vinaio sotto casa, lo importuna, con incredibile faccia tosta, e fin dai primi d'ottobre, con la pretesa d'una strenna natalizia: "Allora Athosse, quest'anno cosa mi regali per ceppo...?" e, alla fine, ottenuta ("giusto per levasselo da' 'oglioni" - n. di Athos) una bottiglia di vinsanto andato a male, la reca trionfalmente a casa proclamando alla moglie Argìa: "Vediii... è inutile: chi 'un piange 'un puppa. ..!!!"




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