IL TERZO BORZACCHINI UNIVERSALE OnLine








né di me né di te (non sapere...)
Locuzione di ambito labronico usata per indicare persona insignificante e sciapa, priva di attrattive, solitamente attribuita a scopo di commiserazione o di detrimento.
Il "non sapere né di me né di te" è - secondo il Vellutini Bastalà - topos della primissima giovinezza leopardiana quando il piccolo Giacomo conobbe i misteri della masturbazione grazie al cuginetto Sinibaldo Chiappugi da Tortona, che gli insegnò la pratica manuale del membro piuttosto che infilarlo tra le stecche della persiana del verone di casa come aveva fatto fino all'età di tredici anni ("...sul verone del paterno ostello/meglio che nulla ci ficco l'uccello..." - A Silvia- parte seconda).
Nella sua operetta morale Dialogo tra una tenutaria dicasino ed un vigile urbano egli denuncia senza infingimenti la mancata esperienza di nuove e più aperte relazioni umane e sociali che gli rese maggiormente penosa quella frattura che ogni adolescente sempre avverte tra i propri ideali e la volgarità; in questo tragico frangente avverte l'inanità e l'indifferenza della manipolazione sessuale e con grande maturità e solennità di animo, afferma, rivolto al cuginetto: "Sinibaldo, nonostante che ce le tiriamo assieme e a nobil tenzone, le seghe non sanno né di me né di te..." e conclude: "...perché non mi porti la tu' sorella Guidobalda tutta nuda e tutta calda?"
A detta dello Stiaccianoccioli: "l'affermazione del Leopardi così espressiva e accorata, oltre che dare inizio all'apprezzato ciclo cinematografico detto 'dell'Ubalda' denota con quel '...non sanno né di me né di te...' le prime avvisaglie di un pessimismo cosmico che lo trascinerà all'avversione per le cose mondane prive di quelle dolci speranze che tramontano con l'inesorabile trascorrere del tempo e rendono l'uomo raziocinante e infelice, come la maionese in barattolo, il cacciucco in busta, i formaggini fila e fondi, la pizza surgelata e altre lusinghe dell'epoca contemporanea, delle quali, pur a lui sconosciute, il vate di Recanati ebbe acuta premonizione in '...quell'ermo colle e quella siepe...' che fan da sfondo a tanta pubblicità televisiva" (cfr.: UGOBALDO STIACCIANOCCIOLI, L'Infinito di Leopardi non è solo leopardare, Merano, 1988).



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