IL TERZO BORZACCHINI UNIVERSALE OnLine
restare di cacio
Fiorita espressione popolare di ambito toscano che sta a significare atteggiamento e facies di meraviglia e stupore, se non di sgomento, davanti ad accadimenti e circostanze inusitate e improvvise nonché di straordinaria eclatanza, come qualmente accadde, ad esempio, nella storica e inopinata ostensione delle terga ignude - tramite rapido abbassamento delle lerce brache da parte del mi' cognato Oreste al grido "Arbitroooo...!!! Sodomizzami...!!!" sugli spalti dello stadio dell'Ardenza nel corso della partita Livorno-Catanzaro, rivolto verso il giudice di gara Camiciotti Lusvardo di Legnano che aveva decretato all'89° un improbabile penalty contro la squadra amaranto.
Il disdicevole episodio lasciò, ovviamente, "di cacio" la mi' sorella Argia che gli sedeva accanto e che, dopo avergli appioppato una violenta borsata sulle parti vergognosamente esposte, ebbe a commentare: "Oresteeee, non ci facciamo sempre riconoscereee...!!!" (cfr.: ZOPIRIONE ZALUM, detto Lo Zulù, Fenomenologia comparata del comportamento sociale del gentiluomo Oreste Bencreati negli eventi calcistici della seconda metà del XX secolo, Ed. Paoline, 1999).
Secondo lo Sciunnàcche l'espressione in oggetto è una chiara trasposizione del ben noto episodio dell'Antico Testamento che narra la vicenda di Loth, trasformato in una statua di sale per aver disobbedito al Signore: "...il restare di cacio rappresenta una sorta di riduzione domestica e familiare della terribile condanna divina inflitta a Loth, intesa a mediarne e stemperarne gli effetti e a lasciar intravvedere una speranza di perdono e di riscatto tipicamente cattolica, implicita nella natura transitoria del cacio stesso; appare evidente altresì che l'ulteriore ma meno usuale implementazione allegorica: 'restare di cacio baccellone' (latticino viperinamente salato da consumare insieme alle fave crude) sta a confermarne i profondi legami con la summentovata tradizione biblica..." (cfr.:CATRAMYNO OPOSSUM SCIUNNÀCCHE DI VAL FÒRFORA, Il cacio di Giuda, Varsavia, 1988).
Nel lessico quotidiano il gentiluomo livornese dirà: "Ci son restato di cacio..." di fronte all'improvvisa sparizione del socio in affari scappato con la cassa insieme alla ganza che con lui divideva fraternamente e a bordo della Toyota 4WD nuova di trinca comprata coi soldi della ditta per andare a far visita ai clienti, soggiungendo non senza acrimonia: ".. malidetto 'r budello di su' ma', se lo trovo lo tronco di cazzotti! "
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